Venezia sta vivendo una crisi silenziosa che minaccia il suo tessuto urbano e la sua identità. Gli affitti stanno raggiungendo livelli record, spingendo gli artigiani fuori dal centro storico. Matteo Masat, segretario di Confartigianato Venezia denuncia un fenomeno che sta cambiando il volto della città: “L’impatto sul tessuto cittadino è mostruoso.”
La situazione è critica: attività storiche come la gelateria “Millevoglie” di Tarcisio Carolo stanno chiudendo i battenti a causa di aumenti del 30% nei canoni d’affitto. La gelateria, con sede a San Rocco, ha dovuto affrontare un rincaro che avrebbe portato l’affitto a 11.000 euro per soli 56 metri quadri, un costo insostenibile anche per un’attività che vive di turismo.
Il mercato immobiliare e la concorrenza del turismo
Il mercato immobiliare di Venezia è “drogato dal turismo”, come lo definisce Masat. La Cna e lo Iuav stanno approfondendo il fenomeno del caro affitti, che sta diventando una vera emergenza per gli artigiani. “La vera questione è la crescente distanza tra l’affitto che un’impresa artigiana può economicamente sostenere e il valore che lo stesso immobile può esprimere se destinato ad attività commerciali legate ai grandi flussi turistici“, spiega Masat.
Secondo i dati raccolti da Confartigianato, più di 2 artigiani veneziani su 3 lavorano in immobili in affitto, con canoni superiori del 40-67% rispetto alla terraferma. Per alcune attività, questi costi rappresentano fino al 60% dei costi fissi dell’impresa. La situazione è aggravata dagli ultimi rincari, con canoni che vanno dai 10-20 euro al metro quadrato per laboratori interni, ai 50, 100 euro e più per quelli nelle zone più frequentate.
Le difficoltà degli artigiani
Gli artigiani veneziani si trovano ad affrontare una sfida sempre più difficile. “Un falegname, un restauratore, un impiantista, un fabbro o un artigiano artistico utilizza lo spazio per lavorare, custodire materiali e attrezzature, produrre. Ha bisogno di superfici che difficilmente possono generare la stessa redditività per metro quadrato di un’attività commerciale fortemente orientata al turismo”, sottolinea Masat.
Il problema emerge soprattutto quando scade un vecchio contratto o cessa un’impresa. “Un laboratorio che per anni è rimasto economicamente sostenibile grazie a un canone consolidato viene rimesso sul mercato a valori completamente diversi. A quel punto può diventare impossibile il subentro di un giovane artigiano e quello spazio rischia di uscire definitivamente dal circuito produttivo”, spiega Masat. Questo fenomeno ha contribuito a una drastica riduzione del numero di imprese artigiane a Venezia: erano 2.207 nel 1976, 986 nel 2025, il 65% in meno.
Le conseguenze per Venezia
La crisi degli affitti non colpisce solo gli artigiani, ma l’intera città. “Naturalmente sarebbe sbagliato attribuire questa contrazione esclusivamente agli affitti”, precisa Masat. “Pesano lo spopolamento, la logistica, il ricambio generazionale, la riduzione della domanda residente e l’aumento generale dei costi. Ma il costo degli immobili moltiplica tutte queste difficoltà.”
Masat lancia un appello: “Non lasciamo che sia solo la rendita immobiliare a decidere quali attività possono rimanere. La selezione sarà inevitabile. Ma a perdere non saranno soltanto gli artigiani. Perderà Venezia, perché una città nella quale non è più possibile lavorare e produrre rischia progressivamente di trasformarsi in un luogo nel quale è possibile soltanto consumare.”



