La Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno ha visto la presentazione di Imperium un documentario di Sergei Loznitsa che riscopre l’Unione Sovietica attraverso materiali d’archivio dimenticati. Il regista ucraino, noto per il suo impegno civile, ha trasformato 482 rulli di pellicola in un’opera di tre ore che offre uno sguardo unico su un’epoca passata.
Loznitsa, presente al Lido di Venezia, ha parlato con i giornalisti delle sfide e delle polemiche che circondano il mondo del cinema, sottolineando come la cultura sia spesso un bersaglio facile per le critiche politiche. Il suo documentario, prodotto da Essential Film, Kino Produzioni, Rai Cinema, Luce Cinecittà, Société Parisienne de Production, arte France/Studio Uljana, è un viaggio visivo che attraversa i Carpazi, il deserto del Karakum in Turkmenistan, le repubbliche caucasiche di Georgia, Armenia e Azerbaigian, fino all’Uzbekistan e al Tagikistan, senza dimenticare Mosca e l’allora Leningrado.
Un viaggio immersivo nell’Unione Sovietica
Imperium nasce dalla rielaborazione di materiali d’archivio provenienti da tre archivi italiani: Aamod, Archivio Luce Cinecittà e CSC – Cineteca Nazionale. Questi materiali, girati tra il 1970 e il 1973 da cineasti italiani come Folco Quilici, Gianni Bonicelli, Luigi Di Gianni, Giorgio Arlorio e Giuseppe Ferrara, offrono uno sguardo autentico sulla vita quotidiana e gli eventi pubblici dell’epoca.
Il documentario, che si estende per tre ore, è stato realizzato lavorando su quasi 60 ore di girato, di cui gran parte ha perso le registrazioni sonore. Loznitsa ha ricreato le voci con un’attenzione mimetica, permettendo agli spettatori di immergersi completamente in questo viaggio nel tempo. Attraverso sfilate militari, compere natalizie, soldati in licenza, scuole, balli, feste locali, grandi magazzini e piccoli mercati, il film rivela la profondità eterogenea di un impero che, nonostante la sua proclamata unità, era composto da mondi profondamente diversi.
Le parole di Loznitsa sull’Impero Sovietico
Nel materiale promozionale del film, Loznitsa spiega che l’Impero sovietico fu un concetto coniato dai politici negli Stati Uniti e in Europa occidentale durante la Guerra Fredda. Il termine, reso famoso da Ronald Reagan nel 1983, ha lasciato un segno indelebile nell’immaginario collettivo. Tuttavia, la fine dello Stato sovietico non ha significato la completa scomparsa dell’impero; i suoi resti e le sue conseguenze continuano a plasmare le nostre vite ancora oggi.
Loznitsa sottolinea come queste forze invisibili persistano nel plasmare il nostro mondo, offrendo una riflessione profonda su un’epoca che, nonostante la sua fine, continua a influenzare il presente. Il suo documentario non è solo un viaggio nel passato, ma anche un invito a riflettere sul presente e sul futuro.
Le polemiche e le riflessioni di Loznitsa
Durante la sua presenza alla Mostra del Cinema di Venezia, Loznitsa ha parlato anche delle polemiche che circondano il mondo del cinema. Secondo il regista, le polemiche come quella su Ilya Khrzhanovsky, presente in concorso con Dau, nascono per spostare l’attenzione dalle questioni più importanti. Loznitsa ha criticato i politici che non possono permettersi di rinunciare a comprare il gas russo e riversano l’attenzione sulle polemiche culturali.
Il regista ha sottolineato come il taglio dei fondi europei alla Biennale di Venezia, pari a 2 milioni di euro, sia un’idiozia assoluta. Questo taglio ha tolto i fondi ai partecipanti alla Biennale, che sono cittadini dell’Europa, tagliando il ramo su cui sono seduti. Loznitsa ha definito questa situazione kafkiana e autolesionista invitando a una riflessione più profonda sulle dinamiche politiche e culturali.



