Il progetto della moschea bengalese a Mestre continua a far discutere, dividendo la città tra chi chiede maggiore integrazione e chi difende la libertà religiosa. La vicenda, che si trascina da anni, ha visto recentemente l’intervento di diverse figure politiche e della società civile, ognuna con la propria visione e proposta.
La comunità bengalese di Mestre ha acquistato un’area industriale dismessa per realizzare un luogo di culto, ma il sindaco Simone Venturini ha deciso di bloccare l’iter amministrativo, chiedendo prima passi concreti sull’integrazione. Questo ha scatenato reazioni contrastanti, con alcune frange della comunità che minacciano scioperi e altre che criticano entrambe le parti.
Le richieste del sindaco Venturini
Il sindaco di Venezia, Simone Venturini, ha espresso chiaramente le sue condizioni per il via libera alla costruzione della moschea. “Sono un sostenitore della libertà religiosa, ma oggi non ci sono le condizioni per aprire una moschea. La comunità bengalese deve prima compiere passi importanti sul fronte dell’integrazione”, ha dichiarato. Venturini ha sottolineato l’importanza del rispetto delle leggi italiane, dell’apprendimento della lingua, della scolarizzazione dei minori, del decoro urbano della zona e persino del superamento del velo integrale.
Le reazioni politiche
La decisione del sindaco ha trovato sostegno nel centrodestra, con l’europarlamentare leghista Anna Maria Cisint che ha parlato di “minacce e toni arroganti”, e Raffaele Speranza di Fratelli d’Italia che ha definito “inaccettabile” l’ipotesi di un blocco delle attività produttive. Sul fronte opposto, il consigliere PD Andrea Martella ha chiesto trasparenza su una pratica amministrativa che lo stesso Venturini aveva seguito da assessore nella precedente giunta Brugnaro.
Le divisioni all’interno della comunità bengalese
Le minacce di blocco della città non incontrano unanime consenso all’interno della stessa comunità bengalese. Prince Howlader, presidente dell’associazione Giovani per l’Umanità, ha dichiarato: “Siamo stanchi di essere presi in giro dal Comune. Se non ci consentiranno di costruire la moschea scenderemo in piazza. Se scioperiamo noi bengalesi, a Venezia, Mestre e Marghera si ferma la Fincantieri e tutto il comparto turistico tra cucine, ristoranti e alberghi”.
Tuttavia, non tutti condividono questa linea dura. L’attivista Alvin Onik ribadisce la richiesta di “uno spazio decoroso per pregare senza chiedere privilegi”, mentre l’imprenditrice e influencer Rhitu Miah critica entrambe le parti: “Sbaglia il Comune ad applicare un ricatto sull’integrazione, ma sbaglia anche Howlader a parlare a nome di tutti e a rispondere con i ricatti dello sciopero”.
Il ruolo della Chiesa
In questo clima teso, il Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, ha auspicato “un dialogo costruttivo e una maggiore fiducia reciproca”. La Chiesa, quindi, si pone come mediatore in una situazione che rischia di degenerare in uno scontro frontale.
Le prospettive future
La vicenda della moschea bengalese a Mestre è un esempio di come le questioni di integrazione e libertà religiosa possano dividere una comunità. Le parti coinvolte devono trovare un terreno comune per evitare ulteriori tensioni e garantire il rispetto dei diritti di tutti. La speranza è che il dialogo prevalga sulle minacce e che si possa arrivare a una soluzione condivisa.



