Un’auto senza targhe, un corpo legato ai sedili e un mistero da svelare. Questi sono gli elementi principali che stanno guidando le indagini dei carabinieri di Mirano e Padova sull’omicidio di Ferdinant Hoti, un 35enne residente a Mirano trovato morto in una Fiat Bravo nera affondata nel canale di Torre di Burri, a San Giorgio delle Pertiche.
La stessa auto è stata coinvolta in un’aggressione avvenuta il 30 giugno in via Desman, a Padova, dove un 25enne albanese è stato vittima di un agguato a colpi di pistola. Le indagini stanno cercando di stabilire un possibile collegamento tra i due eventi.
L’agguato di giugno e il ruolo della Fiat Bravo
La notte del 30 giugno, un 25enne albanese è stato vittima di un agguato a colpi di pistola da parte di due connazionali, Armiol Gjoka e Luigj Makaj. La vittima, che è riuscita a salvarsi per miracolo, voleva uscire dal giro dello spaccio di stupefacenti, ma i due aggressori non avevano nessuna intenzione di permetterglielo.
I carabinieri di Mirano hanno sequestrato l’auto utilizzata nell’agguato, una Fiat Bravo nera, e hanno trovato nell’abitacolo altre cartucce calibro 7,65, un cellulare e uno sfollagente. Dopo i rilievi, l’auto è stata restituita al proprietario, un jesolano che la prestava in cambio di qualche spicciolo. Le targhe mancanti hanno complicato il riconoscimento del veicolo, ma i carabinieri padovani sono riusciti a identificarlo attraverso il numero di telaio.
Il possibile collegamento con l’omicidio di Hoti
Martedì sera, i carabinieri hanno richiesto agli atti della loro inchiesta i colleghi veneziani per confrontare le due vicende e capire se ci sono altri punti in comune. In particolare, stanno cercando di misurare l’ampiezza della rete di spaccio di questo gruppo criminale.
L’omicidio di Ferdinant Hoti
Ferdinant Hoti, 35enne residente a Mirano, non era coinvolto nell’aggressione di giugno e non era tra gli indagati. Non si sa da quanto tempo risiedesse nel Veneziano, né di cosa si occupasse per vivere, se non per la sua attività di modesto spacciatore. Cosa possa aver scatenato una reazione tanto violenta, sfociata in un’esecuzione in piena regola, in perfetto stile mafioso, al momento è un mistero.
Secondo quanto fatto sapere dalla procura padovana, l’uomo è stato ucciso alcuni giorni fa con un colpo d’arma da fuoco sparato alla testa mentre aveva le mani legate. Poi il suo corpo è stato inserito in un sacco nero, gli sono stati messi sopra dei copertoni ed è stato sdraiato nel bagagliaio dell’auto, poi fatta scivolare nella chiusa di Torre di Burri. Difficile che gli assassini pensassero di farlo sparire nel nulla; più probabile che volessero solo guadagnare tempo per procurarsi una via di fuga.
Corpo e auto sono rimasti nascosti fino a martedì, quando un passante ha notato la Bravo affiorare a pelo d’acqua e ha chiamato le forze dell’ordine. Una strategia che potrebbe, almeno per ora, aver dato i suoi frutti: Hoti, infatti, sarebbe stato giustiziato almeno 24 ore (se non 48) prima del ritrovamento.
Le indagini in corso
I carabinieri di Padova, insieme ai colleghi veneziani, cercheranno di ricostruire l’esatto percorso della Bravo. Saranno cruciali, a questo punto, i filmati delle telecamere di videosorveglianza. Un percorso a ritroso che servirà anche a stabilire la competenza territoriale del delitto: se si riuscirà a dimostrare che l’omicidio è stato commesso nel Veneziano, il fascicolo verrà trasferito alla Procura lagunare.
Se i due si conoscessero o facessero parte dello stesso giro sarà un altro degli elementi da approfondire: forse anche Hoti, come il 25enne ferito quella notte, voleva cambiare vita e qualcuno ha deciso di non permetterglielo.



