Il territorio del Polesine, tradizionalmente noto per la fertilità delle sue terre, si trova al centro di un dibattito acceso. La Regione Veneto ha annunciato l’avvio di due mega-parchi agrivoltaici che interesseranno diversi comuni della zona, con una capacità complessiva che oscilla tra decine e oltre cento megawatt.
Questi impianti, seppur collocati nel rispetto delle norme tecniche, hanno suscitato perplessità in alcuni esponenti politici locali. I consiglieri regionali del gruppo Szumski Resistere Veneto, Riccardo Szumski e Davide Lovat hanno espresso preoccupazione sul fatto che la transizione energetica non debba avvenire a scapito dell’attività agricola, pilastro economico e identitario della zona.
Le dichiarazioni di Szumski e Lovat sul modello di sviluppo
Durante una seduta del Consiglio regionale, i due consiglieri hanno ribadito che “l’agricoltura non è uno spazio vuoto sul quale collocare impianti industriali: è un’attività produttiva, una risorsa economica e una componente essenziale dell’identità del nostro territorio”. Hanno precisato di non opporsi per principio alle energie rinnovabili, ma di ritenere imprescindibile un approccio che tuteli la continuità produttiva dei campi.
Dimensioni dei progetti e problematiche dell’impatto cumulativo
I progetti in fase di valutazione superano i decine di megawatt e, nel caso più esteso, superano i cento megawatt. Szumski e Lovat hanno avvertito che analizzare ogni singolo impianto come evento isolato è insufficiente. È necessario, hanno sottolineato, considerare l’effetto cumulativo delle installazioni, delle opere di collegamento alla rete elettrica e delle infrastrutture di supporto, che potrebbero ridurre drasticamente la superficie agricola effettivamente coltivabile.
Conseguenze per l’agricoltura del Polesine e richieste alla Regione
Le domande poste dai consiglieri puntano a capire quanta terra rimarrà destinata alla produzione agricola, quali colture potranno essere mantenute nel tempo e quali impatti economici subiranno le aziende locali. “Non basta chiamare un impianto ‘agrivoltaico’ per garantire automaticamente che l’agricoltura rimanga la sua funzione principale”, hanno affermato, chiedendo una valutazione rigorosa basata su dati agronomici e sulla capacità della rete elettrica di assorbire l’energia prodotta senza compromettere il territorio.
Cosa significa ‘agrivoltaico’ in pratica
Secondo i consulenti agricoli, un vero agrivoltaico prevede l’installazione di pannelli solari in modo da coesistere con le colture, mantenendo la produttività del suolo. Tuttavia, la presenza di numerosi impianti in un’area limitata può comportare ombreggiature, modifiche al regime idrico e necessità di nuove infrastrutture, fattori che, se non valutati globalmente, rischiano di trasformare la campagna in una zona industriale a servizio di investimenti esterni.



