La laguna è teatro di una serie di episodi violenti che hanno visto coinvolti due gruppi di origine tunisina conosciuti come Sakka e Mallat. Dopo una serie di arresti e scaramucce che hanno interessato aree centrali come le Zattere, Santi Apostoli e San Barnaba, la popolazione locale resta cauta e il tessuto urbano è attraversato da tensioni che hanno radici all’estero.
Le indagini della procura, coordinate da diversi pubblici ministeri, seguono più fronti: furti, rapine, aggressioni e un caso di morte in acqua. I fatti ricostruiscono una catena di eventi che va dalle schermaglie con armi bianche alle accuse di tentato omicidio, fino al ritrovamento del corpo di un giovane nel rio di San Polo.
Arresti e fascicoli in procura
Negli ultimi giorni sono stati fermati diversi componenti del presunto gruppo Sakka. Tra questi figurano Aziz Hammemi, Aliadushsakka Sakka e altri indagati come Mohammad Sakka, Koussey Sakka e Nasri Fahmi. Le imputazioni spaziano da furti e rapine a episodi di pestaggio e al tentato omicidio avvenuto a San Barnaba. Per ragioni investigative, i procedimenti sono stati assegnati a più magistrati: il fascicolo relativo ai furti e alle rapine è affidato al pm Giovanni Zorzi, mentre gli eventi più gravi legati alla rissa con armi fanno capo al pm Anna Andreatta.
Accuse e versioni difensive
Alcuni degli arrestati sono difesi dall’avvocato Marco Borella. Secondo le dichiarazioni riportate, Aliadushsakka nega di aver commesso furti, sostenendo di aver soltanto preteso il pagamento di crediti legati a spaccio. Mohammad, invece, avrebbe provato a rappresentarsi come mediatore della trattativa degenerata a San Barnaba, affermando di essersi allontanato non appena la situazione è precipitata e le lame sono state sguainate. Queste versioni contrastano con le accuse di chi lo indica come parte attiva negli scontri.
Lo scontro nelle Zattere e le armi coinvolte
Le riprese e i testimoni descrivono scene di ferocia: colpi di katana, fendenti di machete e l’uso di spray urticante. Dopo lo scontro davanti alla chiesa dei Gesuati, il gruppo dei Mallat è ancora sotto choc per le gravi ferite riportate. Le Zattere e le rive della Giudecca sono diventate aree considerate a rischio, con residenti e avventori che preferiscono evitare le passeggiate lungo i pontili.
Fuga, social e rivendicazioni
Tra gli episodi che hanno attirato l’attenzione c’è la fuga di uno dei presunti aggressori ad Ancona, da cui avrebbe trasmesso dirette su TikTok per proclamare l’innocenza di un familiare e minacciare ritorsioni contro chi riteneva responsabile della sua incriminazione. Questo uso dei social network riflette un elemento moderno della faida: la narrazione mediatica in tempo reale, che può complicare le indagini e la gestione dell’ordine pubblico.
La morte nel rio di San Polo e il contesto della faida
Il ritrovamento del corpo di Jamel Mallat, 22 anni e residente a Mestre, ha acceso i riflettori sulla rivalità: il giovane è stato ripreso dalle telecamere mentre barcollava e poi finiva in acqua, senza segni evidenti di violenza sul corpo al momento del recupero. Tuttavia, altri video amatoriali lo mostrano impegnato in una lite con alcuni membri del gruppo Sakka poche ore prima della sua scomparsa in acqua, e questo intreccio di immagini alimenta domande sulla dinamica degli eventi.
Origini e tensioni transnazionali
Secondo gli inquirenti, la rivalità affonda le sue radici nel distretto di Chebika, nel governatorato di Kairouan in Tunisia: due comunità con legami storici ma da sempre in conflitto. Queste tensioni si sono trasferite in Italia attraverso famiglie e gruppi che mantengono rapporti e contrasti, trasformando le strade veneziane in un palcoscenico per uno scontro più ampio.
Le autorità continuano ad indagare per ricostruire la sequenza completa degli eventi, a tutela della sicurezza pubblica e per rispondere alle numerose domande rimaste aperte: chi ha responsabilità penali dirette, quale ruolo hanno avuto gli assalitori e che relazione esatta lega la morte di Jamel alle risse documentate in città. Nel frattempo, la città resta vigile, consapevole che i vuoti lasciati da arresti e fermi possono venire colmati da nuovi attori pronti a riprendere il controllo delle rotte criminali.