Nel cuore della Giudecca un gruppo di donne detenute ha contribuito a un progetto artistico che rovescia i ruoli tra spettatore e creatore: venti partecipanti della casa di reclusione femminile hanno firmato autoritratti inseriti in un unico grande lavoro collettivo intitolato “(Cercare) Raffaello in Carcere. 100 detenuti ridisegnano la Scuola di Atene alla ricerca dei loro riferimenti”, curato dall’artista Mattia Cavanna. L’opera è stata esposta dalla Fondazione Francesca Rava nella chiesa sconsacrata del complesso carcerario veneziano, offrendo una cornice simbolica alle immagini nate dietro le sbarre.
Il progetto si inserisce in un percorso di formazione che ha coinvolto persone detenute in diversi istituti penitenziari italiani, con l’obiettivo di unire pratica artistica e crescita personale. I partecipanti hanno studiato e reinterpretato la Scuola di Atene sostituendo i filosofi antichi con figure che rappresentano i loro punti di riferimento contemporanei: musicisti, atleti, attivisti, scienziati, artisti e molteplici autoritratti. L’esposizione rimane visibile fino al 2 giugno, invitando il pubblico a leggere il lavoro come un dialogo tra classicità e presente.
La natura dell’opera e la tecnica utilizzata
L’opera è un grande arazzo delle dimensioni del cartone originale della Scuola di Atene, misurando 8×3 metri, e nasce da un anno di attività condivisa. I disegni sono stati realizzati con pastelli a cera su scampoli di tela; questi frammenti sono stati poi uniti e cuciti a mano da Tiziana Benzi, docente dell’Accademia di Como e restauratrice di manufatti tessili. L’uso del materiale semplice e della tecnica manuale conferisce all’opera un carattere tattile e immediato, elemento che amplifica il valore simbolico della partecipazione.
Il concetto dietro la reinterpretazione
Chi ha partecipato al progetto è stato invitato a sostituire le figure del Rinascimento con i propri riferimenti personali: il risultato è un mosaico di identità in cui accanto a personaggi noti compaiono volti inventati, simboli e soprattutto numerosi autoritratti. Questa scelta sottolinea l’idea che la cultura e i modelli di vita possano essere riscritti anche in un contesto di detenzione, trasformando il laboratorio artistico in uno spazio di ricerca identitaria e di riconoscimento.
Le collaborazioni e il quadro organizzativo
L’iniziativa nasce nell’ambito del progetto Orizzonti, sostenuto da Mediobanca, attivo in otto istituti penali per i minorenni sul territorio nazionale e presente anche al carcere di San Vittore a Milano e a Venezia. La realizzazione dell’arazzo ha coinvolto detenuti e detenute di sei istituti penitenziari italiani e si è sviluppata in collaborazione con l’associazione Liberi Dentro e professionisti del settore, tra cui la docente e restauratrice citata. La presentazione pubblica è stata curata dalla Fondazione Francesca Rava, che ha contribuito a dare visibilità all’opera e ai suoi autori.
Luoghi di produzione e rete di lavoro
Il lavoro è stato prodotto in più sedi: le attività laboratoriali si sono svolte negli istituti penali per i minorenni di Milano, Bologna, Roma e Napoli, oltre che nella casa di reclusione femminile della Giudecca a Venezia. Presso il carcere di San Vittore di Milano, il progetto è stato portato avanti con il sostegno di Federica Berlucchi e, anche qui, in collaborazione con Liberi Dentro. Questo approccio diffuso ha permesso di raccogliere voci diverse e di creare un’opera realmente collettiva.
Significato sociale e valore simbolico
L’arazzo non è soltanto un esercizio estetico: rappresenta un esempio tangibile di come l’arte possa essere uno strumento di inclusione e trasformazione. Attraverso il lavoro manuale con pastelli a cera e tela, i partecipanti hanno avuto l’opportunità di confrontarsi con la storia dell’arte e con le proprie storie personali, trasformando il laboratorio in uno spazio di confronto e di emancipazione emotiva. L’opera mette in scena una riconfigurazione della tradizione, dove i classici dialogano con figure contemporanee e personali, producendo nuove chiavi di lettura.
La mostra aperta fino al 2 giugno invita il pubblico a riflettere su temi come la responsabilità sociale, la riabilitazione attraverso la creatività e il valore della partecipazione culturale nei contesti detentivi. Il lavoro delle venti detenute della Giudecca e dei restanti partecipanti testimonia che, anche in luoghi marginali, si possono costruire forme di espressione capaci di parlare alla città e alla comunità più ampia.