La decisione del Comune di Venezia di bloccare la costruzione di una moschea nell’area dell’ex segheria di via Giustizia a Mestre ha acceso un acceso dibattito tra la comunità bengalese e le istituzioni locali. La tensione è alta, con minacce di proteste e sciopero da parte della comunità islamica, mentre il sindaco Simone Venturini ribadisce la necessità di rispettare le regole e promuovere l’integrazione.
La vicenda ha radici profonde e coinvolge non solo questioni religiose, ma anche aspetti economici e sociali. La comunità bengalese, che ha acquistato l’area per 1,5 milioni di euro, accusa l’amministrazione di incoerenza e mancanza di dialogo. Dal canto suo, il sindaco venturini sostiene che i tempi non siano ancora maturi per autorizzare la costruzione del centro di culto, citando la necessità di ulteriori passi avanti in termini di integrazione e rispetto delle regole.
Le minacce di protesta della comunità bengalese
Prince Howlader, presidente dell’associazione Giovani per l’umanità ha dichiarato che la comunità è pronta a mobilitarsi con proteste e sciopero se il Comune non concederà l’autorizzazione per la moschea. Howlader ha sottolineato l’importanza economica della comunità bengalese nel settore del turismo e della ristorazione, minacciando ripercussioni sul piano economico.
La comunità ha delineato diverse forme di protesta, tra cui manifestazioni pubbliche, preghiere collettive davanti al palazzo comunale e azioni legali. Non si esclude nemmeno un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La posta in gioco, secondo i promotori del progetto, è anche simbolica: oltre alla funzione religiosa, il nuovo centro dovrebbe essere un luogo di aggregazione e integrazione per i musulmani che vivono nel territorio.
La posizione del Comune e le critiche politiche
Il sindaco Simone Venturini ha spiegato che i tempi non sono ancora maturi per autorizzare la costruzione di un luogo di culto islamico a Venezia. Secondo Venturini, la comunità bengalese deve fare ulteriori passi avanti in termini di lingua, inclusione delle donne, rispetto delle regole e abbandono dei rifiuti.
Le critiche non sono mancate. Il senatore del Partito Democratico Andrea Martella ha accusato il sindaco di incoerenza, sostenendo che l’ex sindaco luigi Brugnaro aveva preso impegni con la comunità bengalese. Martella ha invitato Venturini a dire la verità ai veneziani e a chiarire la sua posizione in Consiglio comunale.
Dall’altra parte, il senatore di Fratelli d’Italia Raffaele Speranzon ha attaccato la comunità bengalese, accusandola di voler trasformare il proprio peso numerico ed economico in uno strumento di pressione sulle istituzioni. Speranzon ha ribadito che le leggi valgono per tutti e che le decisioni spettano alle istituzioni democraticamente elette.
Il ruolo del patriarca di Venezia e le reazioni sociali
Il patriarca di Venezia Francesco Moraglia ha auspicato un dialogo costruttivo tra Comune, città e comunità islamica bengalese. Moraglia ha sottolineato l’importanza di accrescere la reciproca conoscenza e fiducia attraverso un percorso di integrazione.
Daniele Giordano, segretario della Cgil di Venezia, ha criticato la visione del sindaco Venturini, definendola indegna di una città che sancisce nella propria Costituzione la libertà religiosa come diritto inviolabile. Giordano ha ribadito che il rispetto delle regole non è merce di scambio e non dipende dalla fede professata da chi lo osserva.
La vicenda della moschea a Venezia ha messo in evidenza le tensioni tra le istanze delle comunità e le valutazioni dell’amministrazione. La difficoltà di trovare punti di mediazione in un contesto così complesso rimane una sfida aperta per la città lagunare.



