Il 30 settembre 2026 il carcere di Santa Maria Maggiore a Venezia è stato teatro di un tentativo di fuga che ha subito coinvolto le forze dell’ordine. Verso le 11.45 è scattato il segnale d’allarme, attivato dal personale penitenziario non appena ha rilevato due soggetti intenti a superare il perimetro dell’istituto. L’evento ha rapidamente assunto i contorni di un caso emblematico, poiché una delle due persone è stata fermata sul posto, mentre l’altra è riuscita a imbarcarsi su un treno in corsa, per poi essere intercettata alla stazione di Mestre.
Evasione del 30 settembre: i fatti in ordine cronologico
Al momento dell’emissione del primo allarme il personale di Polizia Penitenziaria ha messo in atto le procedure di contenimento. Il primo soggetto, di origine straniera, ha tentato di scavalcare il muro di cinta, ma non è riuscito a superare l’ostacolo fisico: la salita è stata interrotta prima di superare il limite, e l’uomo è stato immediatamente fermato dagli agenti presenti. Poiché non ha concretamente oltrepassato il perimetro, non è stato contestato il reato di evasione per questo individuo.
Il primo evaso: la cattura immediata
Le autorità hanno precisato che il primo detenuto è stato trattenuto quasi sul colpo, impedendo così che la fuga si trasformasse in un reato di evasione. La prontezza dell’operatore ha evitato che la situazione degenerasse, ma ha anche sollevato interrogativi sulle condizioni di sicurezza del recinto, poiché il tentativo di superamento è avvenuto quasi senza resistenza.
Il secondo evaso: la fuga in treno verso Mestre
Il coetaneo kosovaro, 37 anni, è riuscito a fuggire mediante una rapida corsa verso la stazione ferroviaria di Santa Lucia, dove ha saltato sul primo Frecciarossa disponibile, intorno alle 12.10. La Polifer di Santa Lucia, avvisata immediatamente, ha inoltrato il messaggio alla sua controparte di Venezia Mestre. All’arrivo del convoglio al binario 8, gli agenti hanno perlustrato il vagone e, in pochi minuti, hanno arrestato l’uomo, che cercava di lasciare la città. L’azione dimostra l’efficacia della rete di comunicazione tra le forze di ordine, ma allo stesso tempo evidenzia una falla nella vigilanza del penitenziario.
Reazioni del Sappe e richieste al Ministero
Il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe) ha definito l’accaduto un “ennesimo campanello d’allarme” sulla situazione di sicurezza nelle carceri venete. Donato Capece, segretario generale del Sappe, ha sottolineato che, nonostante la prontezza operativa degli agenti, il problema è radicato nelle condizioni operative e organizzative delle strutture. Giovanni Vona, segretario per il Triveneto, ha aggiunto che non si può più fare affidamento solo sulla capacità di reazione del personale; è urgente un intervento strutturale da parte dell’Amministrazione penitenziaria per verificare le cause della fuga e adottare misure correttive.
Precedenti evasioni e criticità strutturali
Il Suddetto episodio richiama un caso avvenuto il 17 settembre scorso, quando un detenuto romeno di 33 anni è riuscito a scavalcare il muro di cinta dello stesso istituto, sfruttando un cancello difettoso e accedendo a un cortile di passeggio non coperto. Anche in quell’occasione la fuga è stata interrotta, ma il protagonista è rimasto ancora in libertà. Le somiglianze tra i due tentativi – utilizzo di violazioni fisiche del perimetro e rapidità di fuga verso i collegamenti ferroviari – indicano carenze persistenti nella sorveglianza delle barriere e nella gestione delle aree di transito interno.
La prontezza delle forze dell’ordine, pur lodevole, non può più essere l’unica risposta a una problematica che richiede interventi strutturali concreti.



