24 Giugno 2026 ☁ 26°

Rischio climatico e Pmi in Italia: impatti economici e lacune nella preparazione

Un'analisi presentata a Venice Climate Week mostra che il cambiamento climatico potrebbe causare danni diretti alle infrastrutture fino a 5 miliardi annui entro il 2050, con impatti sul Pil compresi tra l'1,6% e il 6% e una diffusa vulnerabilità delle Pmi italiane

Rischio climatico e Pmi in Italia: impatti economici e lacune nella preparazione

Un rapporto promosso da Deloitte e illustrato nel contesto di Venice Climate Week mette a fuoco la portata economica del rischio climatico per l’Italia e il livello di preparazione delle imprese. Il lavoro, sviluppato con il contributo del Politecnico di Milanodell’Università Ca’ Foscaridel team dell’area Climate della Florence School of Regulation del European University Institute e con un’indagine svolta da Ipsos-Doxaquantifica danni diretti e indiretti su infrastrutture, turismo e prodotto interno lordo, e fotografa la maturità delle piccole e medie imprese nel valutare e contrastare tali rischi.

Il rapporto mette in evidenza come alcuni settori strategici e le reti infrastrutturali siano esposti a perdite significative, mentre molte Pmi non dispongono ancora di misure efficaci per mantenere la continuità operativa in caso di eventi estremi. I dati esposti offrono numeri concreti sulle perdite potenziali e sulle scelte d’investimento aziendali, suggerendo una disparità tra grandi imprese più avanzate e Pmi più fragili.

Danni attesi per infrastrutture e impatto sul turismo

Secondo le stime contenute nel rapporto, i danni diretti alle infrastrutture in Italia potrebbero raggiungere circa 2 miliardi di euro annui entro il 2030 e salire fino a 5 miliardi di euro annui entro il 2050. Se si considerano anche gli danni indiretti — come interruzioni di servizi e impatti sulle catene di fornitura — il costo complessivo proiettato si colloca in un intervallo compreso tra 11,5 e 18 miliardi di euro l’anno al 2050. Queste cifre evidenziano come il rischio climatico non sia solo un problema fisico ma diventi una variabile macroeconomica rilevante per la resilienza nazionale.

Effetti misurabili sul settore turistico

Per il comparto del turismo il rapporto fornisce scenari differenziati in base all’aumento della temperatura media: in uno scenario di forte riscaldamento (+4°C) la domanda potrebbe contrarsi fino all’8,9%con perdite dirette stimate in circa 52 miliardi di euro. In uno scenario più contenuto, con un aumento medio di 2°Cle perdite dirette calcolate scenderebbero a circa 17 miliardi di euro. Questi numeri sottolineano la sensibilità del turismo alle variazioni climatiche e la conseguente esposizione economica del settore.

Trasmissione del rischio al Pil e preparazione delle Pmi

Il rapporto valuta anche l’effetto cumulativo del rischio climatico sulla crescita economica italiana: in base agli scenari considerati, la riduzione del Pil potrebbe oscillare tra un 1,6% e un 6% entro il 2050 rispetto a uno scenario senza rischi climatici. Gli effetti non sono lineari e tendono ad accelerare nel tempo, influenzando meccanismi finanziari come il costo del rifinanziamento, il livello del debito pubblico e la capacità fiscale complessiva — elementi che trasferiscono il rischio dall’economia reale a quella finanziaria.

La ricerca condotta con Ipsos-Doxa su un campione di 350 Pmi distribuite sul territorio nazionale rivela una diffusione limitata delle pratiche di adattamento: solo il 34% delle imprese attribuisce al tema un ruolo significativo o centrale nei propri framework di gestione del rischio, e appena il 39% percepisce un’esposizione elevata ai rischi climatici fisici su un orizzonte decennale. Le misure pratiche implementate sono ancora scarse: il 14% delle Pmi ha adottato strumenti per la continuità operativa in caso di eventi estremi e solo il 10% ha introdotto azioni di adattamento mirate alle infrastrutture e agli asset fisici.

Scelte di investimento e strumenti utilizzati dalle Pmi

Le scelte finanziarie delle Pmi appaiono orientate al breve termine: l’83% pianifica investimenti con un orizzonte massimo di cinque anni, e il 77% prevede importi inferiori a 100.000 euro nei tre anni successivi. Le voci principali di spesa dichiarate sono rappresentate dalle coperture assicurative (54%)seguite da interventi di adattamento infrastrutturale (23%) e da sistemi di monitoraggio del rischio (20%). Solo una minoranza, il 18%si ritiene pienamente pronta a rispondere alle richieste di banche e assicurazioni, e non più del 18% delle imprese utilizza strumenti digitali avanzati, come l’intelligenza artificiale o piattaforme specifiche per la gestione del rischio climatico fisico.

Il quadro delineato evidenzia una necessità di maggiori investimenti strutturali e di un salto di maturità tecnologica per rafforzare la resilienza delle filiere e delle reti infrastrutturali italiane. Il rapporto fornisce elementi concreti per valutare dove concentrare risorse pubbliche e private al fine di contenere gli impatti economici stimati per il 2030 e il 2050.

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