La Corte d’appello di Venezia ha emesso una sentenza che pone il punto finale a una lunga battaglia civile relativa alla morte di Roberto Bennato, 51enne padovano. I giudici hanno confermato un risarcimento complessivo pari a 808.857,79 euro a favore degli eredi e della società di famiglia Bennato Ulisse & Figli S.r.l., che aveva impiegato la vittima nella sua sede della zona industriale di Padova. Questa decisione ratifica quanto stabilito in primo grado dal Tribunale di Vicenza e delimita le responsabilità tra enti e imprese coinvolte nel caso.
La vicenda intreccia aspetti clinici, tecnici e giuridici: dalla diagnosi dell’infezione al contenzioso con l’azienda sanitaria, il produttore dei dispositivi medici e la società di manutenzione. La Corte ha ribadito la quantificazione dei danni patrimoniali e non patrimoniali, valorizzando in particolare il ruolo affettivo svolto da Roberto nella famiglia. Per la madre, Alessandra Pedrali, è stato riconosciuto un indennizzo di 297.236 euro, mentre ai fratelli Antonella, Fabio, Mauro e Massimo è stata riconosciuta la somma di 66.222 euro ciascuno per il danno da perdita del rapporto parentale.
La vicenda giudiziaria
Il procedimento civile ha avuto per oggetto la responsabilità per la morte di Bennato, avvenuta nel giugno del 2026 all’ospedale all’Angelo di Mestre. La causa è nata dopo che, a seguito di un intervento chirurgico alla valvola mitrale eseguito al San Bortolo di Vicenza, il paziente ha sviluppato un’infezione da Mycobacterium Chimaera. In appello sono state confermate le condanne nei confronti dell’Ulss 8 Berica, del produttore LivaNova Deutschland GmbH e del manutentore Sorin Group Italia S.r.l., ritenuti responsabili, per ragioni diverse, della contaminazione che ha poi portato al decesso.
Le parti coinvolte
La famiglia Bennato si era costituita parte civile con l’assistenza degli avvocati Daniele Tonon e Simone Perazzolo del foro di Padova. Sul fronte opposto sono state esaminate le condotte tecniche e gestionali di chi forniva, installava e manteneva i dispositivi. La decisione della Corte ha preso in considerazione sia la titolarità delle responsabilità civili che la tempistica di intervento sulle misure di sicurezza, evidenziando ritardi e mancanze operative.
Il decorso clinico di Roberto Bennato
Conosciuto in famiglia come il ‘Gigante Buono’ per la sua stazza imponente e il carattere affabile, Roberto aveva svolto diversi lavori, tra cui autista e magazziniere, con un periodo all’estero come gelataio. I primi segnali dell’infezione comparvero nel 2015 e da allora la sua vita fu segnata da ricoveri prolungati e terapie invasive. La Corte ha valorizzato il peso di questi eventi sulla qualità della vita della vittima e sul profondo impatto all’interno del nucleo familiare, elementi che hanno inciso sulla determinazione del risarcimento.
Origine e natura dell’infezione
I giudici hanno ricondotto l’infezione ai sistemi di riscaldamento e raffreddamento del sangue (HCU 3T Stockert) impiegati in sala operatoria, dispositivi poi ritenuti vulnerabili per difetti di progettazione e per istruizioni d’uso insufficienti. È stato osservato come il produttore abbia emanato avvisi di sicurezza in modo graduale tra il 2014 e il 2016 e come tali azioni siano state giudicate tardive rispetto al rischio effettivo di contaminazione microbiologica.
Motivazioni tecniche della sentenza
Nel definire le responsabilità la Corte ha analizzato tre profili distinti: la progettazione e la gestione del rischio da parte del produttore, la manutenzione e la vigilanza del manutentore e l’attuazione dei protocolli di controllo da parte dell’azienda sanitaria. In particolare, è stata evidenziata la mancata adozione di misure adeguate da parte di LivaNova e la carenza di controlli microbiologici da parte di Sorin Group Italia, chiamata a verificare la presenza di biopellicola nei circuiti e nei serbatoi d’acqua. L’Ulss 8 Berica non ha dimostrato di aver applicato tempestivamente tutte le procedure internazionali di monitoraggio ambientale, secondo la motivazione della Corte.
Con la sentenza di appello la famiglia Bennato ottiene così il riconoscimento non solo di una somma economica, ma della responsabilità collettiva nella gestione della sicurezza sanitaria. Il caso rimane un monito sull’importanza di protocolli rigorosi, di manutenzioni scrupolose e di comunicazioni rapide da parte dei produttori di dispositivi medici per prevenire tragici esiti come quello che ha colpito Roberto.