Alla fine dell’anno scorso la prefettura di Venezia ha adottato un provvedimento di interdittiva antimafia nei confronti di un’impresa operante nel settore della ristorazione. L’indagine, avviata dalla guardia di finanza e dai carabinieri di Venezia e Treviso ha individuato una fitta rete di società con sede a TrevisoVenezia e Udine tutte collegate a esponenti della ‘Ndrangheta della zona di Rosarno e a una famiglia vicina al clan dei Casalesi già protagonista dell’operazione antimafia “At Last” a Eraclea.
Indagine: come è emersa la “galassia” di imprese
Le autorità hanno scoperto che la società al centro dell’interdizione, attiva nella somministrazione di alimenti e bevande, era il nodo di una galassia di altre aziende che operavano anche nel commercio di sigarette e nella gestione di distributori di carburante. Quest’ultimo settore era controllato da una società in accomandita semplice con sede nel territorio trevigiano. Analizzando i registri societari, i giudici del Tar del Veneto hanno constatato la presenza di amministratori unici, soci e dipendenti legati da rapporti di parentela e con precedenti penali, elemento decisivo per ricostruire la trama criminale.
Legami familiari e finanziari
Il ricorso presentato dall’impresa contestava l’esistenza di loghi comuni e sosteneva che le somiglianze fossero dovute a semplici esigenze commerciali, non a una governance condivisa né a flussi finanziari tra le società. Il Tar tuttavia, ha rifiutato tale argomentazione, precisando che i rapporti di parentela non possono essere considerati irrilevanti se risultano indizianti di una situazione complessiva che rende plausibile un collegamento, anche indiretto, con ambienti mafiosi. Questa valutazione è stata fondamentale per respingere il ricorso in ogni sua parte.
Decisione del Tar e motivazioni della conferma
La sentenza, pubblicata lunedì, ha confermato che la misura interdittiva si fonda sulla ricostruzione di una “galassia” societaria riconducibile a un gruppo parentale originario di Rosarno. Tale gruppo avrebbe costituito e gestito diverse imprese nei settori della ristorazione, del commercio di tabacchi e della distribuzione di carburanti, con attività presenti nelle province di TrevisoVenezia e Udine. I giudici hanno sottolineato che, nonostante alcune assoluzioni in sede penale e la caducazione di misure preventive, permangono numerosi rapporti e collegamenti con soggetti già sotto indagine per legami con la ‘Ndrangheta e il clan dei Casalesi.
Rifiuto della prevenzione collaborativa
Il tribunale ha inoltre respinto la richiesta dell’impresa di accedere alla prevenzione collaborativa uno strumento riservato a realtà in cui l’influenza mafiosa è ritenuta meramente occasionale. Il Tar ha ritenuto, al contrario, che il quadro indiziario dimostri una rete di collegamenti fitti e non occasionali tale da escludere la possibilità di un percorso di “self-cleaning”. Anche le misure adottate dall’azienda, come il licenziamento di alcuni dipendenti e l’adozione di un modello organizzativo ex D.Lgs. 231/2001, non sono state ritenute sufficienti per mitigare il rischio di condizionamento mafioso.
È sufficiente dimostrare, attraverso un insieme coerente di elementi, che il rischio di condizionamento da parte di organizzazioni criminali sia più probabile che non. La sentenza rappresenta un chiaro segnale delle autorità regionali nella lotta contro l’espansione della ‘Ndrangheta e del clan dei Casalesi nel tessuto economico del Nord-Est italiano.



