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Vescovo e il post su Facebook: cosa sappiamo dopo le nuove dichiarazioni

Il risveglio del profilo social collegato ad Andrea Vescovo ha portato un duro attacco contro chi non avrebbe testimoniato: il legale chiarisce che il contenuto è stato recapitato via lettera ai parenti e poi pubblicato sui social attraverso un parente

Vescovo e il post su Facebook: cosa sappiamo dopo le nuove dichiarazioni

La riapparizione di un post legato al profilo di Andrea Vescovo ha riportato l’attenzione su una vicenda che aveva già scosso l’opinione pubblica: il messaggio, molto critico verso «una persona maligna» e verso chi è rimasto in silenzio, è stato diffuso online dopo mesi di inattività del profilo.

Il contesto è quello dell’omicidio di Sergiu Tarna, il giovane barista trovato senza vita nei campi del Veneziano nelle prime ore del 31 dicembre. Nei giorni successivi alle indagini sono emersi nomi, ricostruzioni e sospetti che hanno portato a diversi fermi e a un acceso dibattito pubblico sulle responsabilità e sulle dinamiche del delitto.

Il post e la versione ufficiale della difesa

Il contenuto pubblicato contiene un lungo sfogo, rivolto a chi, a detta dell’autore, gli avrebbe voltato le spalle. Il post è firmato con lo storico soprannome dell’indagato, e questo ha contribuito a rendere credibile l’origine del messaggio. Tuttavia, il fatto che Vescovo sia detenuto nella casa circondariale di Treviso da gennaio ha subito sollevato dubbi sull’accesso ai social network dall’interno dell’istituto.

L’avvocato di Andrea Vescovo, Fabio Crea, ha prontamente chiarito la dinamica: il suo assistito non possiede un cellulare e non ha avuto accesso diretto a internet durante la detenzione, ma avrebbe scritto una lettera indirizzata alla madre e avrebbe chiesto a una cugina di pubblicare il suo pensiero tramite il suo profilo. Questa spiegazione mette in luce la differenza tra un messaggio inviato direttamente da una cella e uno veicolato dall’esterno per conto del detenuto.

Le implicazioni legali di comunicare dall’interno

La normativa penitenziaria vieta, in linea di principio, la comunicazione non autorizzata dai detenuti verso l’esterno attraverso strumenti elettronici. Il possesso di un telefono cellulare in carcere costituisce un reato, ma anche il ricorso a intermediari per diffondere comunicazioni può essere scrutinato. L’avvocato sostiene che in questo caso si tratta di una lettera trasmessa a un parente che poi ha pubblicato il testo, una soluzione che, se confermata, è meno grave rispetto al possesso occulto di uno smartphone ma non è priva di possibili rilievi procedurali.

Ricostruzione delle indagini

Gli accertamenti condotti dai carabinieri hanno delineato una sequenza di eventi che porta al sequestro e all’omicidio del 25enne di origine moldava. Secondo le indagini, la vittima sarebbe stata costretta sotto la minaccia di una pistola e poi uccisa in terreni agricoli della periferia veneziana. L’ipotesi proposta dagli inquirenti è che il movente fosse legato a un presunto tentativo di ricatto attraverso un filmato, che però non è emerso nelle verifiche.

Tra gli arrestati figura il nome di Riccardo Salvagno, un ex vigile urbano indicato dalla procura come il principale esecutore materiale della violenza. Dopo l’omicidio, secondo gli inquirenti, Salvagno avrebbe lasciato il luogo e lo Stato per recarsi in Spagna, tornando solo quando le disponibilità economiche si erano esaurite; Vescovo, invece, sarebbe rimasto nascosto nell’appartamento di Spinea che condivideva con i genitori.

Elementi sulle armi e sul movente

Nei fascicoli emergono dettagli tecnici: l’arma utilizzata sarebbe una calibro 9 d’ordinanza, e il movente sarebbe stato la convinzione dell’agente di essere ricattato per un incontro con una prostituta transessuale nota come Lady Bruneth. Il presunto video alla base dell’accusa non è stato rinvenuto, ma la presenza dell’arma e la dinamica del sequestro costituiscono elementi al centro dell’istruttoria.

Stato delle posizioni processuali e elementi di difesa

Dopo i fermi, gli inquirenti hanno integrato la richiesta di incidente probatorio valutando anche la possibilità che vi siano condizioni che possano incidere sulla capacità di intendere e di volere degli indagati. In particolare, per Vescovo è stata considerata la presenza di una terapia farmacologica e di una fragilità psichica segnalata dall’avvocato, elementi che potrebbero essere approfonditi con perizie specifiche.

Dal canto suo, Salvagno ha rifiutato di rispondere a un secondo interrogatorio richiesto dal pubblico ministero Christian Del Turco, scelta che complica il quadro probatorio ma non interrompe il procedere delle indagini. Le decisioni successive si concentreranno sulla raccolta di prove documentali, testimoniali e sulle eventuali consulenze tecniche richieste dal tribunale.

Nel frattempo il post pubblicato ha ricevuto alcune reazioni sulla rete, soprattutto messaggi di sostegno rivolti all’indagato, segno che la vicenda continua a suscitare emozioni contrapposte nella cerchia di amici e nella comunità. L’evoluzione del procedimento sarà determinante per chiarire responsabilità, moventi e le eventuali attenuanti che la difesa potrà dimostrare.

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