Mario Banushi presenta una trilogia che usa la casa come teatro del ricordo: tre capitoli che rimescolano biografia immaginaria, ritualità e memoria familiare. Lo spettacolo riunisce in un unico corpo scenico lavori nati in contesti diversi e li riconsegna al pubblico come un percorso dove il lutto e la nascita si sfiorano continuamente.
La drammaturgia evita la parola esplicativa per favorire una lingua fatta di gesti, oggetti e presenze che appaiono e scompaiono. Il risultato è un teatro in cui l’immagine e il corpo diventano i principali vettori di senso, e dove la figura maschile è spesso segnalata più come assenza rituale che come presenza narrante.
Ragada: lo spazio domestico come ferita visibile
Il primo segmento, nato durante un periodo di chiusure dei teatri, prende il nome da una parola che suggerisce smagliaturesegni di ferite rimarginate ma ancora percepibili. L’ambientazione è essenziale—un appartamento che conserva pochi oggetti: tavolo, sedie, un frigorifero che si apre autonomamente. In scena, una donna anziana e un giovane condividono gesti quotidiani che subito si incrinano per l’irruzione di figure esterne. La colonna sonora rimanda a memorie cinematografiche, mentre una voce registrata al telefono racconta un parto, introducendo il tema della nascita collegato al lutto. Qui il domestico diventa foro d’ingresso per apparizioni che spezzano la linearità del tempo.
Goodbye, Lindita: il cuore rituale della trilogia
Il secondo capitolo costituisce il nucleo più esplicito della trilogia: la scena si orienta attorno a un grande letto, un televisore a tubo catodico e icone religiose che evocano le radici balcaniche del creatore. L’atmosfera procede per accumuli visivi fino al momento in cui un comò si apre rivelando un corpo ricoperto di terra, trasformando la scena in una cerimonia di commiato. Il rituale è affidato a donne di diverse generazioni che comunicano attraverso movimenti e canti più che con parole: il pianto diventa forma fisica e la musica si intreccia con elementi classici e sinfonici per costruire un tappeto sonoro estremamente drammatico.
Frattura e trasformazione corporea
La rottura decisiva avviene quando la figura centrale si alza, implacabile e immobile, sospesa come in una fotografia costruita. A questo punto lo spazio implode: il letto diventa vasca, il corpo viene lavato e rivestito con abiti tradizionali, e una maschera copre il volto. L’ingresso di suoni violenti e l’uso del silenzio drammaturgico moltiplicano i piani di lettura; la scena finale, con fiori disposti attorno al letto e donne in trance, sigla una ritualità che riformula il concetto di lutto come rito collettivo.
Taverna Miresia: ritorno alle origini e al vuoto rituale
Il terzo episodio prende il titolo dal nome di un ristorante familiare e allestisce una grande sala da bagno come luogo di scena: doccia, specchio e un gabinetto alla turca fanno da contesto a gesti di cura e di memoria. L’espediente iniziale—un figlio che esce bagnato dalla doccia—prepara il terreno a una nuova sepoltura simbolica: una fossa aperta sul palco diventa il centro di un rito funebre dove si mescolano dolore e nutrimento, rappresentato da spighe che emergono dalla terra.
In questo capitolo la figura maschile è ancora una volta ritratta come assenza ritualela giacca estratta dalla fossa, il gesto di afferrarla e il modo in cui viene manipolata dalle donne segnalano un rapporto con il maschile costruito per sottrazione. Gli elementi sonori e visivi persistono come un’eco che non si risolve, lasciando lo spettatore a misurare quanto la memoria familiare possa essere insieme nutrimento e ferita.
Nel complesso, la trilogia di Banushi disegna un universo scenico in cui memoriarito e immagine si sovrappongono. La scelta di affidare la narrazione ai corpi e agli oggetti, evitando spiegazioni verbali, impone al pubblico un modo di vedere e di ascoltare che privilegia l’interpretazione sensoriale. Lo spettacolo chiede di abitare il silenzio e di decifrare segni: è una proposta che unisce elementi cinematografici, fotografici e pittorici per costruire un immaginario che resta impresso.


