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Electrolux, 1.700 esuberi e rischio chiusure: governo e territori chiedono il ritiro

Urso e le istituzioni reclamano il ritiro del piano Electrolux e la presentazione di una strategia alternativa che salvaguardi lavoro, produzione e fornitori

Electrolux, 1.700 esuberi e rischio chiusure: governo e territori chiedono il ritiro

Il confronto avviato al ministero delle Imprese e del Made in Italy si è aperto con una posizione netta: il piano presentato da Electrolux è stato giudicato «irricevibile» dal ministro Adolfo Urso. Al tavolo, convocato per il 25 maggio, erano presenti rappresentanti sindacali, istituzioni locali, il mondo imprenditoriale e delegazioni aziendali: tutti chiamati a valutare le ricadute industriali e occupazionali di una proposta che prevede circa 1.700 esuberi in Italia.

La situazione è accompagnata da mobilitazioni sui territori, con scioperi e presidi negli stabilimenti e una delegazione di lavoratori in viaggio verso Roma. La richiesta comune è chiara: prima di ogni decisione occorre un piano alternativo che non passi attraverso i licenziamenti collettivi e che tenga conto della rete dell’indotto e delle specificità regionali.

La posizione del Governo e le richieste formali

Il ministro ha espresso l’esigenza che l’azienda ritiri il progetto attuale e presenti un nuovo piano industriale discutibile con tutte le parti sociali. La linea indicata dal Governo punta alla difesa della capacità produttiva nazionale, alla salvaguardia dell’occupazione e al rilancio di investimenti e innovazione nei siti italiani. In quell’ottica, è stato sottolineato il ruolo che possono avere gli strumenti pubblici per accompagnare eventuali processi di riconversione o modernizzazione, evitando che la ristrutturazione si trasformi in un abbandono del Paese da parte della proprietà.

Chi era presente e cosa è stato chiesto

Alla riunione hanno partecipato, oltre al ministro, sottosegretari e i rappresentanti delle Regioni interessate, oltre a delegati di Confindustria e delle organizzazioni sindacali. Sul tavolo è stata messa la richiesta esplicita di un confronto vero e vincolante che escluda la previsione di licenziamenti collettivi e che includa piani di investimento per sostenere la produzione italiana. L’appello è rivolto anche ai proprietari perché si assumano una responsabilità maggiore nella definizione di una strategia sostenibile e condivisa.

La compattezza delle Regioni e l’impatto locale

Le amministrazioni regionali hanno espresso una posizione compatta e determinata: chiedono il ritiro del piano e la ricerca di soluzioni alternative alla chiusura degli stabilimenti, con attenzione particolare ai territori più vulnerabili come le Marche, dove il sito di Cerreto d’Esi rischia la cessazione delle attività con effetti immediati per circa 170 addetti. Le Regioni sottolineano come l’impatto sia molto diverso a seconda delle dimensioni degli stabilimenti e della concentrazione dell’indotto, e pertanto richiedono risposte calibrate che evitino esiti sproporzionati per alcune aree.

Preoccupazioni specifiche delle Marche e del Nord Est

Dal Nord Est fino alle Marche emergono timori che la riduzione dei ricavi aziendali, indicata dall’azienda, non giustifichi un piano di tali dimensioni su scala nazionale. I rappresentanti regionali parlano di possibile effetto domino per l’economia locale e di rischio di una progressiva dismissione del mercato italiano da parte del gruppo. Per questo motivo le istituzioni chiedono garanzie concrete e, se necessario, strumenti di politica industriale condivisi per accompagnare la transizione e tutelare l’occupazione.

Confindustria: una vertenza di respiro europeo

Le associazioni territoriali di Confindustria coinvolte nella vicenda hanno alzato il livello del dibattito, qualificando la questione come una problematica industriale di portata europea piuttosto che un caso circoscritto. È stata costruita una piattaforma comune da presentare al tavolo del ministero, che mette insieme richieste sulla difesa della competitività, il sostegno alla filiera dell’indotto e l’apertura a un confronto con i partner europei più direttamente coinvolti.

Protezione della produzione e politiche commerciali

Tra le priorità indicate da Confindustria c’è la necessità di misure di protezione commerciale per contrastare la concorrenza sleale, con riferimento anche alla revisione del CBAM e ad altri strumenti europei. Secondo le associazioni, una strategia credibile deve integrare lavoro, produzione, ricerca e investimenti, evitando che la crisi di un gruppo diventi una perdita strutturale per l’intero comparto industriale europeo.

Scenari possibili e le richieste che rimangono aperte

Alla vigilia del confronto formale, le opzioni sul tavolo vanno dal ritiro totale del piano alla definizione di un percorso negoziale che contempli alternative alla chiusura dei siti, piani di ricollocazione e strumenti di accompagnamento pubblico-privato. Tutti gli attori coinvolti chiedono tempi rapidi e una posizione unitaria, perché la decisione non riguarda solo i numeri annunciati ma il futuro della filiera e della manifattura nazionale. In ogni caso, la richiesta di base resta il dialogo: senza un confronto serio e vincolante sarà difficile trovare soluzioni condivise che evitino conseguenze sociali ed economiche pesanti.

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