Luciano Donadio, capo dei Casalesi di Eraclea, è stato intercettato dalle autorità mentre tentava di sfuggire alla cattura. La sua Fiat Cinquecento era munita di un segnalatore GPS e il cellulare a lui intestato era soggetto a monitoraggio costante. Tuttavia, il 60enne non ha usato il veicolo per lasciare Eraclea né ha portato con sé il telefono, una eventualità che la squadra Mobile veneziana aveva già previsto.
Strategia di sorveglianza e intercettazioni familiari
Gli investigatori avevano richiesto il consenso per intercettare le linee telefoniche della moglie e del figlio di Donadio, ma la domanda è stata approvata solo dopo che il boss è scomparso, sfruttando un funerale tenutosi a casa sua quel martedì mattina. Quattro giorni dopo la polizia ha ricevuto una registrazione in cui il figlio dichiarava l’intenzione di costituirsi al “San Pio X”, il penitenziario dove era confinato il fratello Adriano. Questa conversazione è stata decisiva per localizzare Donadio.
Il fermo a Vicenza: l’ultimo gesto di resa
Il tentativo di fuga è terminato quando Donadio è stato bloccato alle porte del carcere di Vicenza. L’arresto è avvenuto perché, secondo le forze dell’ordine, il giovane aveva espresso la volontà di consegnarsi, indicando il San Pio X come luogo di accoglienza. Se la sua decisione fosse stata formalizzata prima, forse non sarebbe mai arrivato a Casal di Principe.
Omaggio ai vertici e sequestro dei beni
Dopo la scomparsa, Donadio si è introdotto, con l’auto di un invitato al funerale, nella zona del Casertano. Sebbene non sia chiaro cosa abbia fatto, secondo la prassi mafiosa una visita finale ai vertici serve a ribadire fedeltà all’organizzazione prima di una lunga detenzione. Successivamente, le autorità hanno sequestrato quasi tutti i beni della famiglia; solo la casa è rimasta intatta, essendo intestata alla moglie. L’avvocato Dario Vannetiello che segue il caso in Cassazione, ha annunciato l’intenzione di presentare ricorso alle Corti europee per i diritti umani.
Altri procedimenti in corso: falsi fatturati e condizioni di un collaboratore
Ieri, Donadio è apparso in aula via video collegamento, nonostante la condanna definitiva per associazione mafiosa. La sessione ha riguardato un caso di fatturazione per operazioni inesistenti legato a subappalti di Fincantieri. Il commercialista Angelo Di Corrado difeso da Stefania Pattarello sarebbe stato responsabile di aver firmato decine di ricevute per la cooperativa Gold Bengol al fine di evadere il fisco. Gli importi contestati sono 7 e 83 fatture per 340 euro, oltre a 22 ricevute per un totale di 319.322 euro tra il 2015 e il 2018.<\/p>
Gli avvocati di Donadio, Renato Alberini e Giovanni Gentilini hanno contestato la mancanza di una connessione adeguata per parlare direttamente con il loro assistito e hanno chiesto di essere informati della possibilità di partecipare all’udienza da Vicenza. Il giudice ha rimandato il dibattimento al 15 dicembre.
Il caso di Girolamo Arena
Durante la stessa seduta, la legale Claudia Conidi difensore di Girolamo Arena – collaboratore di giustizia e presunto ponte tra la camorra e la ’ndrangheta – ha sottolineato le condizioni “vergognose” del suo assistito: “Lo Stato l’ha abbandonato, la sua pensione è stata sospesa, dorme su una panchina, pesa 48 chili ed è affetto da una grave forma di fibrosi cistica che lo rende invalido al cento per cento”.
Parallelamente, i procedimenti giudiziari continuano a dipanarsi, con nuovi capitoli legati a falsi fatturati e a gravissime condizioni di salute di collaboratori della giustizia.



