Il 6 maggio 1976 il Friuli fu colpito da un violento sisma di magnitudo 6,5 che distrusse interi centri abitati, uccise 965 persone e lasciò migliaia di famiglie senza tetto. Ancora oggi, a distanza di cinquant’anni, le immagini di quel giorno rimangono impresse nella memoria di chi vi assistette, segnando una frattura netta tra un “prima” e un “dopo” per intere generazioni.
Le vicende di quella notte sono state raccontate da chi la visse in prima persona: l’inviato di guerra Toni Capuozzo, presente a Udine al momento della scossa, e il giornalista Mauro Missana, voce storica di Radio Capodistria. Le loro parole, insieme all’operato degli Alpini e dei radioamatori, costituiscono un documento vivo di solidarietà e di capacità di risposta a un’emergenza naturale.
Le testimonianze di Toni Capuozzo e Mauro Missana
Capuozzo, che poche ore prima aveva attraversato Magnano in Riviera e Gemona, descrive l’esperienza come una “piccola guerra”. “Ho visto da vicino la tragedia”, confessa, ricordando come la distruzione fosse più spietata perché il nemico non portava bandiera né volto, ma si chiamava natura. Fortunatamente per lui, la scossa non provocò danni diretti a Udine, ma le immagini dei centri ridotti in macerie gli resteranno per sempre nella mente.
Missana racconta invece l’effetto immediato della scossa sul proprio corpo: “La scossa mi ha gettato sul letto, ero in piedi. Non finiva più”. Il ricordo dei muri che scricchiolavano, dei detriti che cadevano e delle sirene che squillavano nella notte è ancora vivido. Sottolinea inoltre il ruolo cruciale dei radioamatori, che mantennero le linee di comunicazione con apparecchi alimentati a batteria, facilitando il coordinamento con le autorità e l’organizzazione dei soccorsi.
Il contributo dei radioamatori
I volontari delle frequenze amatoriali, operanti in condizioni di elettricità assente, riuscirono a instaurare collegamenti radio con centri di comando regionali, fornendo informazioni sul numero di vittime, sugli edifici crollati e sull’accessibilità delle strade. Questa rete improvvisata fu fondamentale per l’avvio rapido delle operazioni di soccorso, dimostrando come la tecnologia possa trasformarsi in strumento di vita in contesti di emergenza.
L’intervento degli Alpini e il racconto delle “penne nere”
Il presidente nazionale dell’Associazione Nazionale Alpini, Franco Bertagnolli, arrivò a Udine il 7 maggio e avviò la mobilitazione con il motto “Gli Alpini ai fradis”. Ben presto furono coinvolti circa quindicimila volontari, tra cui trecento provenienti dal Friuli. Ogni volontario compilò un modulo in cui indicava il proprio contributo: attrezzi, materiali o semplice manodopera. L’organizzazione prevedeva cantieri autonomi, dotati di latrine prefabbricate, vitto e alloggio, per garantire la continuità dei lavori per almeno novanta giorni.
Grazie a questo sforzo concertato furono ricostruite 3.280 abitazioni, ristrutturate 76 case e ne furono costruite 50 ex novo, con 630.000 metri quadrati di copertura tetti. Le imprese di ricostruzione furono documentate nel volume “Gli Alpini ai fradis – Terremoto del Friuli 1976. Le penne nere sul fronte della ricostruzione”, curato dal Centro studi Ana e pubblicato da Edizioni Susalibri. Il libro, ricco di fotografie senza edizioni propagandistiche, raccoglie testimonianze, lettere e dati che testimoniano l’impegno altruistico e la capacità organizzativa degli Alpini.
L’aiuto internazionale e la nascita della Protezione Civile
Il Congresso degli Stati Uniti stanziò 53 milioni di dollari, equivalenti a circa 270 milioni di euro attuali, e affidò i fondi all’associazione “Penne nere” attraverso un accordo ufficiale. L’efficace gestione di queste risorse contribuì alla nascita del modello di Protezione Civile italiana, avviato con il supporto del commissario straordinario Giuseppe Zamberletti. Ancora oggi, la Protezione Civile conta più di tredicimila volontari, dei quali il quindici per cento sono donne, e rappresenta un patrimonio di cui l’Italia deve essere fiera.
Mezzo secolo dopo, il terremoto del Friuli rimane una ferita aperta nella coscienza collettiva, ma al contempo è un monito sulla potenza della natura e sulla forza della solidarietà umana. Le parole di Capuozzo, Missana e degli Alpini dimostrano che, di fronte a un nemico invisibile, la risposta più efficace è la collaborazione, l’organizzazione e la determinazione a ricostruire ciò che è stato distrutto.



