Il boss dei Casalesi Luciano Donadio, 60enne, è stato intercettato nella giornata di domenica 11 ottobre 2026 a Vicenza. Gli agenti, che lo avevano rintracciato lungo la via San Pio X, lo hanno identificato, fermato e condotto in questura, dove gli è stata notificata l’ordinanza di incarcerazione derivante dalla sentenza della Cassazione del martedì precedente, che ha confermato la condanna a trent’anni di reclusione.
Arresto a Vicenza e conferma della condanna
L’operazione ha messo fine a una fuggiata durata appena quattro giorni. Poco prima del verdetto romano, Donadio si era nascosto dietro a un funerale organizzato nella sua abitazione a Eraclea, facendo credere a tutti di essere irreperibile. Quando la maggior parte dei suoi compari è stata bloccata o si è costituita spontaneamente, il capo del clan ha invece scelto di sparire. Tuttavia, la decisione di presentarsi a Vicenza è emersa da una telefonata in cui il latitante ha dichiarato di volersi costituire al carcere locale, dove attualmente è detenuto il figlio Adriano, condannato a sette anni e sei mesi.
La breve fuga e la decisione di costituirsi
Durante i tre anni di libertà relativa concessi dal giudice dopo il rilascio il 7 febbraio 2023, Donadio è stato tenuto sotto sorveglianza a vista e limitato nei movimenti. Il giorno della sua scarcerazione era stato accolto a casa da fuochi d’artificio, episodio che ha suscitato polémiche e slapato una multa alla famiglia. Nei mesi successivi è vissuto in modo apparentemente semplice, finché pochi giorni prima della sentenza lo si ha avvistato al supermercato con una busta della spesa in una mano e una Fiat Cinquecento parcheggiata alle sue spalle. Quando è giunto il momento di affrontare il provvedimento definitivo, il boss ha optato per una fuga di pochi minuti, per poi capitolare la mattina del 10 ottobre, scegliendo di essere rinchiuso nel penitenziario “Filippo Del Papa”, noto anche come “San Pio X”, dove è già presente il figlio Adriano.
Il percorso di libertà relativa (2023-2026)
Il periodo di libertà condizionata ha visto Donadio soggetto a restrizioni severe: obbligo di firma dei televisori, monitoraggio tramite sistemi elettronici e divieto di allontanarsi da un raggio prefissato. Nonostante ciò, il suo profilo è rimasto quello di un «capo indiscusso» della costola veneta del clan camorristico dei Casalesi, come ha ribadito la Cassazione nel conferire la pena massima.
Le indagini della Mobile veneziana
La squadra Mobile di Venezia guidata dal dirigente Eugenio Masino, ha avviato fin da giugno un’intensa attività investigativa. Sono state monitorate le conversazioni dei familiari più stretti di Donadio e, con il supporto della Mobile di Caserta e del Servizio Centrale Operativo, sono stati ricercati eventuali spostamenti verso Casal di Principe. La svolta decisiva è arrivata da un’intercettazione telefonica nella quale il 60enne ha espresso la volontà di presentarsi a Vicenza. Tale informazione ha condotto gli agenti nel rione San Pio X, dove Donadio è stato arrestato senza documenti ma riconoscibile. Poiché non era stato ancora emesso il decreto di latitanza dalla Procura Generale, la breve evasione non dovrebbe aggravare la sua pena, sebbene eventuali reati commessi nel frattempo possano essere considerati.
Tra i circa trenta condannati legati al caso, resta ancora ricercato Renato Veizi, 56enne di origini albanesi, scomparso martedì nella zona del Casertano. Le autorità continuano a monitorare la sua posizione, mentre la cattura di Donadio chiude uno dei capitoli più complessi della lotta allo spaccio e alla criminalità organizzata nel Veneto orientale.



