Il 11 ottobre 2026 le autorità italiane hanno messo a segno un’operazione senza precedenti contro il clan dei Casalesi nel territorio veneto. Dopo la sentenza definitiva della Corte di Cassazione, la Polizia di Stato, i Carabinieri e la Guardia di Finanza hanno attuato i provvedimenti restrittivi nei confronti di 24 persone già condannate per reati di stampo mafioso. Le pene variano da tre a trent’anni di reclusione e includono associazione di tipo mafioso usura, estorsione, riciclaggio e altri reati aggravati dal metodo criminale.
Esecuzione dei provvedimenti e fuga del capo
Le forze dell’ordine hanno eseguito 22 dei 24 provvedimenti in sette province, dalla laguna di Venezia fino a Caserta. L’operazione ha coinvolto più di cento agenti tra le varie strutture, con la Squadra Mobile della Questura di Venezia il Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Venezia e il GICO della Guardia di Finanza di Trieste. I destinatari dei provvedimenti sono stati consegnati in carceri dislocate su tutto il territorio nazionale, mentre due misure sono rimaste sospese in attesa di ulteriori accertamenti.
Fuga di Luciano Donadio e del suo collaboratore albanese
Il caso più eclatante è la fuga del 60enne Luciano Donadio capo presunto dell’organizzazione operante a Eraclea (VE) e condannato in via definitiva a trent’anni. Avvistato poche ore prima dell’arrivo delle forze dell’ordine, Donadio è svanito dal suo domicilio al momento del blitz, lasciando il territorio senza lasciare tracce. Accanto a lui è scomparso anche un collaboratore di origine albanese, anch’egli ricercato. Il 30-anno di detenzione di Donadio resta
Radici dell’infiltrazione casalese nel Veneto orientale
Le indagini hanno dimostrato come il clan dei Casalesi abbia radicato la sua presenza nel Veneto orientale, in particolare ad Eraclea, infiltrandosi nella rete imprenditoriale locale. I magistrati hanno ricostruito una strategia volta al controllo di settori chiave come l’edilizia e la ristorazione, spesso attraverso minacce, estorsioni e usura. Inoltre, il gruppo ha imposto un “aggio” alle organizzazioni criminali dedicate al narcotraffico e alla prostituzione, garantendo al contempo un flusso di risorse finanziarie al vertice casalesco.
Le dinamiche politiche e amministrative del territorio non sono state immuni: i magistrati hanno evidenziato come il clan abbia sfruttato rapporti con esponenti locali per facilitare i propri affari illeciti. Un episodio chiave risale al 2008, quando la Guardia di Finanza di Udine e Trieste ha fermato due individui di origine napoletana in possesso di banconote false; uno di loro ha fornito informazioni sulla struttura criminale attiva nel Veneto, dando avvio all’attuale indagine.
Conseguenze giudiziarie e prossimi passi
La Corte di Cassazione ha confermato, per 24 posizioni, la validità delle valutazioni di merito della Corte d’Appello lagunare, rafforzando la base probatoria contro gli imputati. Per tre posizioni la sentenza è stata rimandata a ulteriori valutazioni, mentre due provvedimenti sono rimasti sospesi. Resta aperta la ricerca di Donadio e del suo gregario, con l’attivazione di mandati di cattura nazionali. L’intera operazione rappresenta il più grande colpo al clan dei Casalesi nella zona, ma la latitanza del capo dimostra che la lotta contro la mafia richiede una vigilanza costante.



