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Donadio capo dei Casalesi di Eraclea evaso dopo condanna a 30 anni

Il boss dei Casalesi di Eraclea sfugge al carcere mentre la Cassazione conferma 30 anni di reclusione.

Donadio capo dei Casalesi di Eraclea evaso dopo condanna a 30 anni

Il 6 ottobre la Suprema Corte ha confermato la sentenza di appello che condanna Luciano Donadio a trenta anni di carcere per associazione mafiosa. L’ordine di esecuzione, però, è rimasto incompiuto: quando i carabinieri e la Polizia di Stato si sono presentati a casa sua il 7 ottobre, il capo dei Casalesi di Eraclea non era più presente.

La conferma della Cassazione sulla responsabilità mafiosa

Il giudizio di secondo grado aveva già annoverato Donadio al vertice di un gruppo criminale che, per più di dieci anni, aveva controllato il mercato illegale del Veneto orientale. La Corte di Cassazione ha mantenuto integralmente la decisione dell’appello, riconoscendo la presenza di un vero e proprio Stato parallelo capillare, capace di sostituire le istituzioni nella risoluzione di debiti e controversie. La condanna a trenta anni è così diventata definitiva, ma la sua esecuzione resta sospesa finché il boss non verrà localizzato.

Arresti dei collaboratori e la misteriosa fuga di Donadio

Nel frattempo, le forze dell’ordine hanno portato davanti alla giustizia tutti i principali collaboratori di Donadio. Raffaele Buonanno si è costituito a Melfi per scontare 29 anni e sei mesi, Antonio Buonanno ha accettato la detenzione a Frosinone, mentre Antonio Pacifico è finito nella casa circondariale di Padova per 17 anni e 11 mesi. Anche Giuseppe Puoti (13 anni e sei mesi) e Adriano Donadio figlio del boss, hanno iniziato il loro percorso carcerario in Veneto. Alcuni, come Claudio Donadio sono stati assolti, insieme all’ex sindaco di Eraclea Mirco Mestre e all’imprenditore Emanuele Zamuner. Nonostante l’opera di squadra, l’assenza di Luciano Donadio ha trasformato la notte del 7 ottobre in una fuga “a prendere le mozzarelle”, come rivelato dalle intercettazioni.

Le intercettazioni che hanno collegato Eraclea a Casal di Principe

Tra le prove più eloquenti vi è una conversazione in cui Donadio e Buonanno descrivono i dettagli della latitanza di Nicola Schiavone figlio del famigerato boss franchese Francesco “Sandokan” Schiavone. Il dialogo, più noto per il riferimento a “prendere le mozzarelle”, ha permesso ai magistrati di dimostrare il legame stretto tra la cosca di Eraclea e la camorra di Casal di Principe. Le registrazioni, raccolte in anni di indagini, sono state citate come elemento decisivo sia dalla Procura di Venezia sia dalla difesa per contestare la loro ammissibilità.

Dichiarazioni della Procura e le critiche della difesa

Il pubblico ministero Roberto Terzo che ha coordinato le indagini dal 2009, ha definito la sentenza una conferma di fatti concreti, respingendo le accuse della difesa di “folklore”. Terzo ha ricordato le parole di un ex collaboratore, Christian Sgnaolin che descriveva il fenomeno come un “Stato parallelo”. Secondo il pm, il vuoto di controllo da parte di politica, sindacati e istituzioni bancarie ha permesso al clan di esercitare pressione su imprenditori, amministrazioni pubbliche e elettorato, soprattutto nelle elezioni del 2006 e del 2016.

Il ricorso costituzionale di Dario Vanetiello

L’avvocato Dario Vanetiello difensore di Donadio, ha annunciato un ricorso alla Corte Costituzionale sostenendo una violazione del diritto di difesa: il suo assistito non ha potuto consultare personalmente le migliaia di ore di intercettazioni prodotte durante le indagini. Vanetiello ha inoltre ipotizzato un eventuale ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, qualora la Consulta dovesse dichiarare incostituzionale la normativa che ha limitato l’accesso del difensore ai rilevamenti telefonici.

Le autorità continuano le ricerche, mentre la società veneziana resta in attesa di vedere se la giustizia riuscirà a colmare l’ultimo vuoto lasciato dal boss dei Casalesi di Eraclea.

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