Due attivisti italiani legati alla Flotilla sono tornati a casa, accendendo però un allarme rimasto aperto per chi è ancora coinvolto nella stessa iniziativa. Dopo tre settimane di impegno sul terreno e un’evacuazione dall’accampamento improvvisato in cui erano alloggiati, Massimo Marchini e Sofia Belfarsi sono sbarcati all’aeroporto Marco Polo di Venezia il giorno della loro partenza dall’area delle operazioni. I due, rispettivamente originario di Venezia e trevigiana, hanno espresso sollievo per il rientro ma hanno anche manifestato una forte preoccupazione per i compagni separati, molti dei quali provengono da 25 Paesi diversi e risultano al momento irraggiungibili.
La missione a cui hanno partecipato è stata descritta come un convoglio di terra diretto verso il valico di Rafah con l’obiettivo di consegnare aiuti umanitari alla popolazione civile colpita dalla crisi. Il viaggio, organizzato e preparato per mesi, aveva avuto una fase iniziale di addestramento e logistica; i partecipanti avevano intrapreso la marcia il 5 maggio, ma dopo i primi giorni la situazione è cambiata e il gruppo è stato costretto a stabilire un punto di appoggio in una struttura di fortuna. Gli attivisti definiscono quella base un ricovero di fortuna, con acqua disponibile tramite cisterne occasionali e tende messe in piedi in condizioni di emergenza.
Rientro e prime parole
All’arrivo a Venezia i due attivisti hanno rilasciato poche, ferme dichiarazioni: hanno detto di stare bene ma hanno subito chiarito che il ritorno non cancella l’incertezza sui colleghi rimasti sul territorio. Le testimonianze raccolte parlano di un’evacuazione improvvisa dal luogo dove erano radunati, con la conseguente separazione dei partecipanti. Nel racconto di Marchini e Belfarsi non emergono accuse esplicite di violenze fisiche nei loro confronti, ma rimane l’apprensione per chi non ha più contatti. I loro commenti hanno messo in evidenza la natura della missione come gesto di solidarietà internazionale e la frustrazione per non essere riusciti a completare la consegna degli aiuti.
Condizioni personali e logistica
Dal racconto degli attivisti emergono dettagli sulle condizioni concrete vissute nel campo: l’alloggio era improvvisato all’interno di una struttura non destinata a ospitare convogli, e l’approvvigionamento idrico dipendeva da cisterni di passaggio. Hanno montato tende e gestito la convivenza con risorse limitate, cercando di proseguire la missione nonostante ostacoli e cambi di programma. Nonostante le difficoltà pratiche, Marchini e Belfarsi hanno escluso di essere stati sottoposti a maltrattamenti fisici gravi, pur riferendo che i contatti con molti compagni si sono interrotti in modo improvviso. La compagna di uno degli attivisti, identificata dal cognome Tagliapietra, ha espresso preoccupazione per le medicine portate per la durata prevista della missione e per la possibilità che non siano state sufficienti in caso di permanenza forzata.
Situazione dei compagni e l’appello
Il dato più allarmante emerso al rientro è che un numero di partecipanti risulta ancora bloccato nella parte orientale della Libia, con segnalazioni non confermate su almeno dieci persone. Gli attivisti ricordano che il gruppo rappresentava volontari di molti Paesi e descrivono l’iniziativa come un tentativo coordinato per rompere l’assedio e portare sollievo ai civili di Gaza. Di fronte all’interruzione dei contatti, il messaggio principale lanciato da Marchini e Belfarsi è un appello urgente: chiedono informazioni sulle condizioni dei colleghi, sulla loro ubicazione e su tempistiche certe per il rientro. La richiesta è diretta alle autorità competenti e agli organismi internazionali che possono facilitare comunicazioni e verifiche.
Reazioni pubbliche e sostegno
Al rientro i due attivisti sono stati accolti da familiari, amici e sostenitori con bandiere e cartelli a testimonianza di solidarietà. Organizzazioni locali come Global Sumud Veneto avevano seguito l’operazione e annunciato il rientro, sottolineando il carattere umanitario della missione. Sul piano politico e civile la vicenda ha suscitato richieste di chiarimento e di intervento, mentre gli stessi attivisti affermano la volontà di riprovare a garantire aiuti se le condizioni lo permetteranno. Rimane però aperta l’esigenza di sapere di più sui colleghi bloccati, perché la priorità, secondo gli interessati, resta la sicurezza delle persone coinvolte e la continuità dell’impegno umanitario.